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Sono io che ti parlo (Gv 4, 26)

Mese: Luglio 2020 Page 1 of 4

Commento vangelo 1 agosto 2020

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa

Mt 12, 1-2
 
In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!».
Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta.
Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista».
Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre. I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

La figura di Erode può far riflettere sulle drammatiche condizioni di alcune persone in quest’epoca del pensiero unico. Si va avanti, si fa carriera, se ci si schiera dalla parte del potere. Quanto più il potere è forte e capace di manipolare ogni cosa tanto più smaccatamente ci si può inchinare ai suoi voleri senza non solo vergogna ma nemmeno timore di pagarne le conseguenze. La sincerità può venire tranquillamente soffocata, non si cercano nemmeno quei minimi margini di libertà di manovra che potrebbero lasciar passare refoli di Spirito Santo. Erode è una persona complessa. Il brano odierno afferma che egli voleva uccidere il Battista e anche che fu rattristato alla richiesta della figlia di Erodiade. Sembra che in lui ci sia un seme di grazia che vorrebbe fare capolino nel suo cuore ma che tale seme venga continuamente schiacciato dagli interessi del potere, dalle logiche dell’apparire e non da ultimo dall’influenza dalle cattive compagnie di cui può facilmente finire per circondarsi chi va per le strade del dominio ad ogni costo. In piccolo poi queste tentazioni possono toccare ogni uomo. I calcoli magari solo affettivi, le fasulle alleanze, tanti movimenti fragili del cuore possono inficiare certi rapporti, una crescita serena delle persone, delle famiglie. La sincerità é un abisso che non si finisce, nella grazia, di penetrare perché solo nella grazia si riconoscono sempre più le vere motivazioni, le chiusure, che agiscono nell’intimo di noi stessi. Ma già il desiderio di essere sinceri è un gran dono, la prima delle virtù, perché lascia venire lo Spirito. Essere sinceri poi non vuol dire passare dal lato opposto rispetto a tante false autogiustificazioni accusandosi ora meccanicamente di tutto. Sincerità vuol dire guardarsi dentro con cuore semplice e pieno di sereno buonsenso, per un cristiano nella fede.

Commento vangelo 31 luglio 2020

Sant’Ignazio di Loyola, sacerdote

Mt 13, 54-58
 
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Quando si pensa di sapere tutto, questo il senso di patria in tale brano, ossia non ci si sente pellegrini in cammino verso la verità, ci si può scandalizzare persino dell’amore e della sapienza del pure atteso Messia. Per esempio perché non vengono dai percorsi canonici di studio. Gesù non ha il “diploma”, il ruolo, la competenza formale, richiesti quindi non è possibile possa dire qualcosa di vero e nuovo. Chiusure così radicate che nemmeno il desiderio di ricevere aiuti miracolosi riesce a scalfire. Chiediamo a Dio la sua grazia per lasciarci portare oltre schemi, chiusure, nostri e dell’ambiente in cui viviamo per aprirci sempre più agli orizzonti liberanti di Dio.

Commento vangelo 30 luglio 2020

Mt 13, 47-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Terminate queste parabole, Gesù partì di là.

La rete gettata nel mare della fede è aperta all’accoglienza, ad imparare da tutti. Fede, comunità (i pescatori), accoglienza, sono vie essenziali per crescere nel discernimento. La Chiesa stessa su questa via trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Questo è il senso autentico della tradizione: non solo cose antiche, non solo cose nuove. La tradizione matura liberandosi di ciò che è caduco e approfondendo il senso autentico della Parola di Gesù. La via del teologo, dello scriba, dell’uomo di cultura, è maturare, discernere, insieme agli altri sulla via di un vissuto discepolato. Quando la cultura si riduce a intellettualismo si gonfia, si isola in pseudo elites. Queste caste si chiudono in codici, in apparati al servizio degli interessi dei potenti, finiscono per servire solo a manipolare le persone. Questo brano mostra che la comunità viva che discerne nell’ascolto della Parola è un sia pur germinale antidoto a tutto ciò e per questo i dominatori di questo mondo possono avversarla in ogni modo, avversare la famiglia, spegnere ogni cosa in un falso incontro senza sviluppo anche delle identità, dove ogni pesce è uguale all’altro nel senso che non vi è più vero e falso.

Commento vangelo 29 luglio 2020

Santa Marta

Lc 10, 38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Marta ci consola e ci insegna tante cose. Era in sincera sequela di Cristo ma aveva bisogno di maturare. Ancora centrata su sé stessa non comprende la sorella e vuole correggere persino Gesù. Valutare con lo sguardo proprio e non sempre più in Dio espone ad agitazioni, desiderio di mettere le cose a posto. Maria si è scelta la parte migliore che è la volontà di Dio. In essa ci rassereniamo e possiamo vedere tante cose in modo nuovo. Per esempio Maria era chiamata ad accogliere Gesù mentre Marta era chiamata a preparare il pranzo. Più in avanti, nell’episodio della risurrezione del loro fratello Lazzaro, vedremo le sorelle per certi aspetti cresciute. Il loro percorso giunge poi ad un culmine nella tavolata di Betania, poco prima dell’ultima cena. Ora Marta serve lietamente, Maria unge di nardo prezioso Gesù e Lazzaro è tra i commensali, risuscitato. Il cammino di quesi fratelli è stato più rapido persino di quello degli apostoli, che opporranno varie resistenze alla lavanda dei piedi. Non vi è molto da riflettere? Aiuta anche osservare che il brano che qui commento segue quello del Buon Samaritano. La carità non può crescere se non nella preghiera e la preghiera senza la carità si svuota.

Commento vangelo domenica 2 agosto 2020, XVIII del Tempo Ordinario, anno A

Mt 14, 13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Il Battista è precursore, segno profetico del percorso di Gesù stesso. Le vie di Dio davvero non sono le nostre. Due anni e mezzo di predicazione, pieni di ostacoli, di insidie, fino alla condanna finale. Tutto ciò è luce di speranza anche per noi che viviamo in questa epoca che sembra distruggere la fede, le identità, tutto omologando in un pensiero unico che solo pare avere voce in capitolo.

Tanti spazi ridotti al lumicino eppure Cristo ci mostra che bastano pochi pani e pesci per moltiplicare la vita, ogni bene, con la sapienza e la delicatezza di Dio. Le dodici ceste avanzate possono indicare tante cose, la sovrabbondanza della distribuzione degli apostoli. Come la fede sincera di pochi moltiplica la vita di molti.

La moltiplicazione dei pani ci parla dunque della liberazione dai moralismi che vorrebbero salvare l’uomo con le proprie forze ed il dono della fiducia nella grazia che cresce con delicatezza ma proprio così all’infinito nella vita delle persone. Un’amore che libera.

Solo la luce dell’amore sereno, a misura, guarisce, dà vita. Cinque pani e due pesci. Non fare chissà che cosa ma cercare di vivere ciò che la grazia fa maturare, in un percorso ben al di là degli schemi, verso il pieno, personalissimo, compimento del vangelo in me. La fede e’ lasciar operare Dio. Dunque non moralismi, risposte prefabbricate e su questa serena scia anche sempre meno complicazioni, ferite, paure. Riprendo contatto col mio cuore semplice, libero, nella luce che lo porta.

La strada si svela momento per momento, nella vita concreta, in contatto con gli altri. Non con progetti a tavolino che mettono in ansia perché magari smentiti dalla realtà. Né, in tanti casi, nella disincarnata assenza di piste maturate eppure sempre da riscoprire nel cuore di Dio. Cresce la fiducia in un Dio buono, che pensa a tutta la mia umanità, che desidera donarmi ogni bene. E non mi darà cose che mi fanno male. 

Dunque non intellettualismi, spirituali, psicologici, non pragmatismi ma amore a misura. Ognuno sul suo autentico, semplice, cammino. Anche un ateo, con i suoi tanti doni che magari io ancora non ho. Si ricompone l’umano, prima scisso, astrattizzato. Luce dell’amore a misura. Piccoli, naturali, liberi. Via di rinascita integrale. Il cuore che si lascia leggere dallo Spirito di Gesù, Dio e uomo, che scende come una colomba poi legge sempre più nel cuore degli altri, le loro vie, i loro bisogni. Nel cuore di ogni cosa. Nodi che si sciolgono, strade che si aprono. Olio sulle ferite, vino di vita, di speranza.

Commento vangelo domenica 2 agosto 2020, XVIII Tempo Ordinario, anno A

Mt 14, 13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Gesù predica per pochissimi anni eppure non di rado si reca in luoghi appartati. La sua manifestazione è graduale e delicata. Egli sa che le persone spesso devono scegliere di cercarlo per avere così il cuore almeno germinalmente aperto alla sua grazia. Lui attende nella preghiera. In quella situazione piena di ostacoli alla sua opera Gesù ha fiducia che il Padre dona ciò che davvero serve e quel dono moltiplica ciò che davvero servirà. Dio si può manifestare ad una persona anche in un periodo di un certo benessere, non è necessariamente il dolore la via per trovarlo. Il bisogno comunque può aiutare a comprendere la propria creaturalità, dipendenza da Dio. Ma anche sperimentando l’aiuto di Dio, persino i suoi miracoli, per esempio il suo potere di sciogliere tanti nodi, di guarire, è un cammino lasciarsi portare sempre più nella fiducia nel Suo operare. La sera che giunge sembra porre termine a tante umane possibilità ma questo limite, dietro a Gesù, diviene occasione per rivelare il suo oltre che, in Lui, è anche l’oltre dei suoi discepoli e della gente. Quella situazione di apparente ristrettezza, quei pochi pani e pesci non sono meramente esigua materia, sono il dono, il seme di Dio che fruttifica secondo la sua sapienza. Se Dio giudica che quei pochi pani diventino molti ciò potrà avvenire, la moltiplicazione è sviluppo grande di ciò che Dio sa serve veramente a quelle persone. Quel poco, nella grazia, è il tutto di cui vi è bisogno. Che fiducia, che pace, credere e sperimentare la potenza dello Spirito, che nel profondo libera da ansie, competizioni, perché non si tratta di opere nostre ma di Dio. Ma il miracolo può richiedere una piccola collaborazione umana. Forse la folla si siede, che significava in quel tempo e in quel popolo mettersi a tavola, aiutata dalla fede dei discepoli. Forse non a caso le ceste avanzate sono dodici, come i dodici apostoli.

Commento vangelo 28 luglio 2020

Mt 13, 36-43
 
In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

È parte del buon seme seminato avvertire anche del male che può cercare di confondere i discepoli. L’appoggiarsi a Gesù protegge nel profondo da questi pericoli. Che inganno pensare di discernere con la propria intelligenza di fronte a cose tanto più grandi di noi. In questo cammino dove si diventa sempre più liberi dalle apparenze e dagli artifici del mondo e nascosti in Cristo, nella sua opera, vi è la consolante certezza di non vivere in una realtà dove prevale la menzogna. Un giorno tutto sarà nella luce. Una luce piena di amore, di comprensione, di perdono ma anche di verità.

Commento vangelo 27 luglio 2020

Mt 13, 31-35

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Le parabole di Gesù sono piene di poesia, parlano di cose semplici e naturali. La grazia è un dono che viene nel momento opportuno e cresce come un seme. Non c’è moralismo ma semplicità e serenità. Nella sua delicatezza Dio può venire in modo molto graduale, come un piccolissimo seme. Una grazia che mi porta per esempio inizialmente a recitare un’Ave Maria e non tutto il rosario. Ma quel mio sì a quella sola Ave Maria permette alla grazia di crescere… E la grazia, come il lievito nella farina, crescendo fa maturare ogni rapporto, ogni aspetto della vita quotidiana. Tutto può venire vissuto con sempre nuova pienezza, semplicità, pace e gioia. Le persone si possono incontrare, accogliere, come gli alberi offrono le loro fronde come ricettacoli per i nidi dei volatili.

Commento vangelo 25 luglio 2020

San Giacomo, Apostolo

Mt 20, 20-28
 
In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Apparire, venire riconosciuti: senza la grazia sono debolezze umane. Lo Spirito viene a portarci una vita nella quale siamo sempre più uniti Dio e liberi da eccessive dipendenze terrene. Liberi anche dagli sguardi superficiali che restano al ciò che sembra. Liberi da false gratificazioni affettive. Liberi da un possibile pretendere certe cose, magari dicendoci che è a fin di bene. Certo un autentico discernimento è pieno di buonsenso ma nelle intenzioni profonde la strada è la disponibilità a bere il calice stesso di Cristo, vivere al servizio di Dio e dei fratelli. Solo lì troveremo la pace e la gioia, solo su questa via potremo davvero godere dei doni spirituali, umani e materiali che Dio ci elargisce.

Commento vangelo 24 luglio 2020

Mt 13, 18-23
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

La Parola di Gesù non è un concetto da comprendere con il cervello e da mettere in pratica con nostre inesistenti forze. Essa invece è un seme che al momento opportuno viene con delicatezza nel nostro cuore, se lo accogliamo, e gradualmente in quest’accoglienza cresce. Passiamo dal moralismo del salvarci da soli alla fede in un Dio che ci prende per mano e ci accompagna serenamente sulla via della maturazione. Ma gli estremi sono sempre due: da un lato il dover fare tutto e subito con la nostra sola volontà, dall’altro il non vigilare con equilibrio su ciò che può ostacolare la nostra crescita. Abbiamo margini nei quali possiamo scegliere se e quanto collaborare alla grazia che ci viene donata. Possiamo talora lasciare che qualcuno ci rubi la Parola, in mille modi distogliendoci dall’ascoltarla; possiamo lasciarci dominare da scelte di superbia, di capriccio, di chiusura, anche quando lo Spirito ci ha messo in condizione di superare quella tentazione; allo stesso modo possiamo non ascoltare e seguire la serena voce, luce, che nel cuore ci orienta a non lasciarci troppo affannare dalle preoccupazioni o soggiogare dalla smania del denaro o del vario potere. Il terreno buono è colui che, dice il testo, ascolta la Parola e la con-prende ossia con sereno buonsenso la mette insieme con la vita concreta. Allora la vita gradualmente fiorisce perché Dio non pensa solo ad una nostra anima disincarnata ma porta tutta la nostra umanità verso le vie della sua piena realizzazione. Talora per esempio mostrandoci vie nuove, risolutive, vicine a noi e che pure, ripiegati su noi stessi, non riconoscevamo. Potenza della preghiera sincera, che cerca di accogliere nella vita concreta lo Spirito invocato.

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