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Sono io che ti parlo (Gv 4, 26)

Mese: Giugno 2020 Page 1 of 4

Commento vangelo domenica 5 luglio 2020, XIV Tempo Ordinario, anno A

Mt 11, 25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Gesù viene a darci vita, pace, amore, gioia, ogni bene. È Lui che opera dunque non siamo incastrati in un perfezionismo da energumeni. Invece cerchiamo semplicemente di vivere quello che gradualmente ci fa maturare. Sarà la Parola, la sua grazia, a condurci verso il pieno compimento in noi del suo dono. Ecco allora che Dio non è un altro peso ma un liberatore che con delicatezza ci prende per mano e ci porta. È il vento del suo Spirito che ci ristora, ci guarisce, ci vivifica. Perché ci sentiamo aiutati ad accogliere noi stessi con comprensione della nostra umanità reale, non di modelli astratti, disumani, e a trovare le adeguate tappe, vie, della crescita. Allora veniamo guariti anche dalle nostre ferite psicologiche. Perché esse sono causate da un amore trasmesso in modo limitato, per esempio rigido, algido, cupo, oppressivo… Quando scopriamo nello Spirito l’amore meraviglioso di Dio virtualmente si riaprono tutte le porte del cuore perché intuiamo che per ogni piaga, timore, bisogno, riduttiva strutturazione, vi è una risposta di serenità, di scioglimento di nodi, di graduale felicità. Che dolcezza scoprirsi creature tra le braccia di un Padre meraviglioso che ci aiuta sul cammino più bello per noi.

Commento vangelo 1 luglio 2020

Mt 8, 28-34

In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque.
I mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.

Il male vede la venuta del Dio della vita come un tormento. E noi? Se qualche volta abbiamo paura di Dio? Lui sa che non è per cattiveria e ci aiuta con delicatezza ad imparare gradualmente a fidarci di Lui. A credere che Lui vuole il nostro bene spirituale umano e materiale infinitamente più di noi. Sta dalla nostra parte più di noi stessi. Al tempo stesso ci aiuta a non farci ingannare dal male che proprio per prima cosa cerca di seminare sfiducia in tutto ciò che ci aiuta nella sequela di Dio. Qui i demoni sanno che andando nei porci potranno annientare quella mandria. Toccando tutto il paese sul suo punto debole: l’attaccamento ai beni materiali. E si direbbe che il piano riesce perché i Gadareni pregano Gesù di andare via. Ma Gesù se permette al male di, apparentemente, prevalere lo fa guardando più lontano. Si innesca infatti tra quegli abitanti un processo nel quale loro vedono chiaramente dove il loro cuore si chiude; gli indemoniati liberati annunceranno il miracolo in tutta la regione e tanti potranno gradualmente aprirsi all’opera di Gesù accogliendolo volentieri quando più in là tornerà da loro. Così i due poveretti guariti si troveranno ad essere strumenti di quello che nemmeno Gesù avrebbe potuto fare in modo esplicito al posto loro. Certo però agendo spiritualmente in loro. Così quando una persona riceve il dono di una fede profonda e si chiede perché Dio non la doni anche alle persone intorno a lei può intuire nella fede che Dio proprio di lei si può servire per cominciare ad avvicinare quella gente con gradualità e delicatezza.

Commento vangelo 30 giugno 2020

Santi Primi Martiri della Chiesa Romana

Mt 8, 23-27

In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».

Stare sulla barca con Gesù significa venire aiutati da Lui, anche attraverso i fratelli, a vivere gradualmente sempre più ogni cosa nella fede. In questo cammino Gesù ci può liberare gradualmente dai sensi di colpa, dalle forzature, dai pensieri cervellotici. E gradualmente ci può aiutare a superare ansie eccessive. Ma talora le ansie, le paure, possono essere sani campanelli d’allarme. Dio ci toglie gradualmente la paura profonda perché gradualmente sperimentiamo nella fede che è il Dio della vita. Questo crescente abbandono in Lui talora ci mostra che ci stavamo perdendo in un bicchier d’acqua. Talora ci aiuta a lasciare che tante cose si aggiustino col tempo. Talora poi la preghiera sincera, quella che cerca di accoglierLo nella vita, permette il compiersi di miracoli. La preghiera cambia sempre, nel profondo, le carte in tavola.

Commento vangelo lunedì 29 giugno 2020

Santi Pietro e Paolo, apostoli

Mt 16, 13-19
 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Importante comprendere che il mondo può avere tanto da insegnare, e anche cercare di capire di cosa ha bisogno. Per esempio allora molti cercavano un profeta oggi forse una persona piena di umanità. Ma anche aiuta comprendere che il pensiero del mondo può influenzare e invece la comunità cristiana è il luogo dove si coltiva la fede e si impara a non farsi condizionare da mentalità fasulle. “Voi” chi dite che io sia? E la comunità cristiana è sostenuta sul cammino della verità da Dio stesso. La luce che fa dire al mio cuore sì credo in Gesù è un dono del cielo che non viene più tolto e che tendenzialmente scioglie tutti i nodi e apre tutte le vie.

Commento vangelo 27 giugno 2020

Mt 8, 5-17
 
In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie”.

Perché talora la fede permette a certi miracoli di avvenire, come vediamo nel caso del centurione? Perché la Luce è accolta con il cuore aperto e può entrare sempre più. Anche risanando ferite, sciogliendo ostacoli, che rendono un certo miracolo non positivo o non possibile, per quella persona. È ciò che vediamo in questo brano. La febbre della suocera di Pietro poteva facilmente indicare la critica e l’agitazione per il genero che andava dietro a Gesù invece di dedicarsi al proprio lavoro di pescatore. A quella donna buona basta essere presa per mano per tranquillizzarsi e rientrare nella fede che mette invece anche Lei al “servizio” di Dio. Bella anche l’immagine del radunarsi alla sera di tanta gente intorno a Lui. Quando il mondo si quieta e vi è spazio per la preghiera, per il dialogo più raccolto con Dio e con i fratelli. Gesù può dare risposte di semplicità, di pace, di fiducia, a tante complicazioni, agitazioni. Scacciò gli spiriti con la Parola racconta l’evangelista. La meditazione vissuta della concreta vita di Gesù è una grazia che fa trovare nuove visuali che ci vengono a liberare da vecchie strutturazioni che rendono l’esistenza più confusa, vuota e difficile. E Gesù, come si legge nell’ultima parte della pericope, non è un distributore automatico di miracoli. È il suo amore che dà vita. Amare, poi, significa, in un cammino graduale, accogliere con il cuore anche le critiche, le incomprensioni, di coloro per i quali Lui sta donando la vita. Come la suocera di Pietro, come gli “indemoniati”. Cristo non ha preso su di sé i nostri peccati in modo quasi esoterico, magico, come certo cupo moralismo ci può trasmettere. Semplicemente invece ha amato, compreso, senza limiti e condizioni. Ma questo è stato possibile a Lui. Anche i più grandi santi, come per esempio san Francesco, pur se molto amorevoli e miti, talora sono stati fugacemente preda dell’ira. Proprio di quella espressa verso qualcuno, non dei normali sentimenti, rabbia compresa, che in quanto esseri umani non possiamo non sperimentare. Ma anche questa debolezza dei santi ci conforta e aiuta a non confonderci. L’importante è cercare di crescere, per grazia, nell’unione con Dio, non in un perfezionismo formale. E inoltre impariamo ad accettare e a credere nell’amore di tanta brava gente senza bloccarci su qualche suo limite.

Commento vangelo 26 giugno 2020

Mt 8, 1-4

Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

Gesù scende dal luogo dove ha appena pronunciato il “discorso della montagna”. E si avvicina a Lui un lebbroso. È un’immagine molto bella perché aiuta a comprendere che la gente vede dal Suo amore che le impegnative parole da Cristo proferite non sono leggi per condannare le persone ma percorsi graduali, mete, di speranza per la rinascita di ciascuno. I lebbrosi dovevano stare a distanza invece quello si accosta a Gesù con la fiducia di venire accolto con amore e anche di poter venire guarito. Così anche noi comprendiamo concretamente che l’autorità del Figlio dell’uomo di cui parla il brano immediatamente precedente era quella del suo amore divino e umano. Solo l’amore è vita, Dio può essere solo amore. Solo l’amore ridà vita. Gesù ama davvero, con tutto il cuore. Al tempo stesso riconoscere questo amore è possibile solo per grazia ma la grazia può anche essere rifiutata. Il lebbroso si fida di Gesù non gli dice se sei Dio e mi vuoi bene guariscimi. Lo chiama Signore, Dio e gli dice: se vuoi. Dunque nella tua sapienza di cui mi fido e che non giudico con la mia testa. Poi Cristo incoraggia quella persona a farsi riammettere nella comunità. È un altro dono del suo amore attento ma è anche un nuovo gesto di fiducia da parte del lebbroso che poteva nutrire timori, rancori, tante difficoltà, nel presentarsi al sacerdote. È la grande fede ricevuta in dono che lo motiva a questa riconciliazione col religioso perché sente il bisogno, la gioia, di donarsi, di testimoniare l’amore di Dio senza calcoli. Cristo sa come accompagnare il cammino di ciascuno. Altre volte dice per esempio alzati, prendi la tua barella e torna a casa tua. Ossia una graduale uscita da certe paralisi. Né possiamo fare classifiche di bravura. Magari più in là il paralitico correrà incontro a Gesù seguendolo con determinazione. Dio sa come condurre verso la pienezza la vita di ciascuno. E ogni passo è un dono immenso, che dà nuovo respiro alla vita e la apre ad ogni bene.

Commento vangelo 25 giugno 2020

Mt 7,21-29

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

Gesù ci conduce in una sequela serena. Non è dunque un perfezionismo da energumeni a infonderci vita. Ma la grazia gradualmente ci aiuta a riconoscere e a liberarci di tante motivazioni fasulle del nostro agire che prima ci parevano così naturali che nemmeno ce ne avvedevamo. Difese, calcoli, protagonismi, cedono gradualmente il passo alla fiducia nella volontà di Dio che ci dona vita sempre più piena ed ogni bene. Tutti gli appoggi fasulli sono precari e costruiscono rapporti, una vita, più fragili. False sicurezze che ci lasciano nelle nostre confusioni e ostacolano il venire dello Spirito con tutti i suoi doni spirituali, umani e materiali. Qui Gesù per aiutarci a distinguere osserva che si può profetare, scacciare demoni e operare prodigi ma con il cuore non unito al Signore. Il Signore può agire attraverso di noi ma ben al di là di noi. Non bisogna guardare agli effetti esterni ma al nostro cuore profondo. Talora dunque si possono compiere gesti straordinari o fare tante cose ma mancano la fede e l’amore semplici, umili e sereni. Questo è il cammino concreto per il quale gradualmente Dio ci può condurre se ci chiama alla sua sequela.

Commento vangelo domenica 28 giugno 2020, XIII del Tempo Ordinario, anno A

Mt 10, 37-42

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Abramo pensò che Dio gli chiedesse di sacrificare il figlio tanto desiderato, Isacco, per mettere Lui al primo posto. Ma proprio cercando di seguire Dio fedelmente Abramo pote’ intuire che il Signore conducendolo verso il porre Lui al primo posto lo aiutava ad amare anche Isacco nel modo più bello, libero e autentico. Dando vita e non morte al figlio. Gesù ci ama tutti e ci guarda con amore qui dunque semplicemente insegna le vie adeguate (degne in questo senso amorevole) verso la vita piena. È un cammino graduale e sereno lungo il quale ci sostiene in tanti modi. E questi aiuti, anche quelli umani, li possiamo riconoscere e accogliere proprio seguendo Gesù. E se sono aiuti mandati da Dio porteranno tanti doni.

Commento vangelo 24 giugno 2020

Natività di San Giovanni Battista

Lc 1, 57-66. 80

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Giovanni è il suo nome. La grazia di Dio (significato del nome Giovanni) viene a rinnovare ogni cosa. Zaccaria non ha creduto all’angelo, Elisabetta ha creduto a Zaccaria. Elisabetta era stata considerata, senza che protestasse, lei sterile. Mentre Zaccaria quando parla all’angelo sembra riconoscere almeno che non si sa chi nella loro coppia ha questo problema. Questa povertà umilmente accettata forse la rende più desiderosa dell’aiuto di Dio, più consapevole di questo bisogno. Sconvolgendo le abitudini è la donna, la povera, che qui annuncia per prima il disegno di Dio. E qui vediamo in nuce il futuro cammino anche di Giovanni, come non di rado di tanta profezia. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione ad Israele. Ma questo venire riconosciuto solo nel tempo, quasi solo dal popolo, è anche una protezione per il profeta e per la profezia, che possono maturare nella semplicità ed essenzialità della normale vita quotidiana e non nel luccichio dei poteri, delle apparenze senza però vita concreta. Solo nella quale si può riconoscere e gradualnente accogliere lo Spirito. In questo mondo spesso manipolato dai grandi apparati della cultura e dell’informazione non di rado i più profondi costruttori di una società rinnovata sono quei genitori che pur in condizioni sempre più difficili danno la vita per i propri figli. Quegli insegnanti che cercano di testimoniare prima di tutto con la propria esistenza l’importanza decisiva di una vissuta ricerca personale, comunitaria, intercomunitaria, tutte quelle persone che cercano di camminare nella luce. Senza nessuna ribalta mediatica i semi umili della Vita che sorregge il mondo.

Commento vangelo 23 giugno 2020

Mt 7, 6. 12-14
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

La sapienza di Gesù è meravigliosa. Ci insegna a non essere ingenui ma anche a non finire dalla parte opposta del non fidarci di nessuno. Impariamo a rapportarci alle persone secondo la gradualità del loro cammino. Talora qualcuno si rimprovera di non aver testimoniato esplicitamente la fede in ufficio ma in qualche caso può essere stato in realtà un sano buonsenso a frenarlo. Meglio testimoniare con la vita, in alcune situazioni, che annunciando un vangelo che la persona in questione non è nelle condizioni di accogliere. E dunque tra l’altro potrebbe finire per sentirsi giudicata. Gesù aggiunge che in ciò aiuta molto il cercare di immedesimarci nella vita altrui. Magari anche a noi anni prima poteva disturbare un evangelizzatore esplicito. Ricordiamo sempre il nostro percorso e la delicatezza con la quale Dio ci ha accompagnato. Gesù col suo equilibrio profondo ci orienta poi in questo brano a non giungere all’estremo opposto di non vigilare sulla testimonianza da dare ed in genere su ogni aspetto del cammino di conversione. Dio ci perdona tutto, a suo tempo se lo vogliamo ci porterà in paradiso ma se, per grazia, vogliamo entrare fin da questa vita terrena sempre più nella gioia, nella pace Lui, in un cammino sereno e graduale ci aiuta a cercare le vie della crescita. E ci avverte che in certi passaggi si può trattare di porte strette. Uscire da certe strutturazioni ataviche come il non espormi, il rifugiarmi nella mia tana o all’opposto l’impormi sugli altri, il fare senza ascoltare, senza chiedere a Dio e ai fratelli se è il caso di discernere diversamente… Ecco possono darsi tante gabbie che costringono la nostra vita, i nostri rapporti con gli altri ma siccome abbiamo costruito su di esse le nostre sicurezze potrebbe creare una sana tensione la grazia che al momento opportuno della nostra maturazione venisse a proporci di uscirne. Ci sono dunque tensioni fasulle da cui Dio ci libera e transitorie tensioni sane che ci può aiutare ad affrontare. Dunque al tempo adeguato non solo passare per la porta stretta ma anche cercarla. Senza questo impegno si può non trovarla. Nella vita vi sono dunque margini di risposta alla grazia che dipendono da noi stessi. Ci si può chiudere nelle proprie false sicurezze, nella propria superbia, anche quando la grazia con delicatezza ci mostra possibili nuovi orizzonti, un oltre, un salto da poter vivere. Ma perché in cielo Dio ci porterà in quell’abbandono in Lui che qui talora dobbiamo cercare con impegno insistente? Prima di tutto chiudiamo gli occhi e fidiamoci che il Signore fa bene ogni cosa. Possiamo comunque intuire che in cielo avremo ormai scelto in modo definitivo almeno di lasciarci portare per misericordia in Paradiso, ossia nella fedeltà e nell’amore senza limiti. Sulla terra Dio è attento nel donarci una grazia che potremmo finire per rifiutare. Così per porre solo un esempio ci può condurre a maturare nel tempo anche dall’esperienza umana la consapevolezza del bisogno che abbiamo del dono di Dio per vivere bene.

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