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Sono io che ti parlo (Gv 4, 26)

Mese: Aprile 2020 Page 1 of 3

Commento vangelo 1 maggio 2020

Vangelo

Gv 6, 52-59

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

La carne di Gesù è Lui stesso che viene nella sua persona divina e umana e ci porta in una nuova creazione. Un linguaggio davvero difficile per chi lo sente per la prima volta nella storia. Eppure la fede tocca il cuore dei discepoli e loro credono. Certo è un abisso di profondità credere sempre più profondamente che l’eucaristia dona una vita infinita a noi e tramite noi che la riceviamo anche agli altri. Talora nella comunione si sperimentano grandi gioie. Dono bello ma la fede ci orienta a credere che la vita che viene è infinitamente di più di quella che percepiamo. Cerchiamo l’eucaristia con fede che è il pane che ci porta ogni bene.

Natale

Come i pastori andiamo alla stalla
se angeli ci hanno chiamato,
come i magi ci incamminiamo
se una stella ha brillato per noi…

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente).

http://gpcentofanti.altervista.org/piccolo-magnificat-un-canto-di-tanti-canti/

Commento vangelo 30 aprile 2020

Gv 6, 44-51

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Possiamo andare a Dio per attrazione e non per dovere. Un cammino graduale: lo Spirito bussa al tempo opportuno più manifestamente al cuore di una persona e se questa cerca di accoglierlo viene sempre più. E il dono dello Spirito è Cristo stesso che viene in noi e con amore ci porta verso una vita risorta integralmente, spiritualmente, umanamente, con ogni bene. A darci vita è il suo amore che ci guarda con comprensione, ci perdona, ci riempie il cuore.

Dio per compagno

Marcello che è triste, Filippa che grida,
il gatto che salta la palizzata, la verde
vallata nel sole d’estate, lo stadio
ha per spalti catene di alpi, che Maracanà…
Ed io ancora attendo, la gente che scende
nel sole sabatino, di festa (serena? Chissà?). Io ancora attendo la tua nuova venuta, chissà…
Ma più di ogni cosa io vedo quell’aquilone
che vuole salire, salire, restare nel cielo, da te.

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente).

http://gpcentofanti.altervista.org/piccolo-magnificat-un-canto-di-tanti-canti/

Commento vangelo 29 aprile 2020

Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, Patrona d’Italia

Mt 11, 25-30

In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». 

Il Signore si rivela ai piccoli. Non agli umili, ai piccoli, agli infanti, dice il testo, ossia a quelli che ancora non sanno parlare. Non devo fare tutto e subito io ma semplicemente cercare di corrispondere alla grazia che via via Dio mi dona. Accettando dunque la mia reale umanità, senza modelli astratti. È Dio che mi porta, non sono io a fare. Io meramente farei, Lui entra e mi dà vita sempre nuova. Anche nella Chiesa è un dono e un cammino uscire dal moralismo, dal fare e venire condotti nella fede. Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Questa è l’opera di Dio (prima e più che degli uomini): credere in colui che egli ha mandato. È un cammino: non di rado la piccolezza è stata vista spiritualisticamente, una piccolezza delle intenzioni mentre la cultura intellettualista è troppo sviluppata per poter dare grande ascolto ad un piccolo. Ma oggi per grazia possiamo intuire forse meglio che lo Spirito scende su ciascuno con delicatezza, a misura, non calpestando ma facendo fiorire l’umanità di ciascuno. Allora non un’anima disincarnata ma tutto l’uomo viene portato nel mistero e vede ogni cosa in modo sempre nuovo. Si sciolgono i nodi, si aprono nuovi orizzonti a tutto campo. È Dio che rinnova anche la cultura e lo può fare attraverso i piccoli non i meramente dotti e sapienti (dunque non bisogna mai impossessarsi della sapienza).

Preghiera del vespro.

La sera tu vieni sileziosa
come una pace segreta
tra il vento e la rosa.
Un raggio di luce rossa
ferisce per un solo istante
la siepe odorosa di gelsomini.
Qui nella campagna
tu parli confidenzialmente  
come il marito e la sposa.
Come la mamma e il bimbo
che rotola sull’erba
senza farsi male.
E la mamma ride contenta
di questo gioco che
non le dà pensiero
ma solo infonde fiducia
in questo tempo di prova.

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente).

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Vangelo 28 febbraio 2020

Gv 6, 30-35

In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».
Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Il segno è Gesù stesso, il Dio che si fa uomo per donarci vita e ogni bene. Semplice e buono come il pane, nel profondo allegro come il vino. Momento per momento nella sua sapienza ci dà quello che ci serve per andare verso la vita piena. Anche a chi rifiuta la sua grazia dà un segno, quello di Giona: non bisognava che il Cristo patisse queste cose per entrare nella sua gloria? Un amore che comprende, perdona, dona la vita fino in fondo per dare a ciascuno vita e salvezza.

Un canto d’estate

C’è una stella nel cielo e più sotto la luce di un lampione,
la segnaletica stradale di questa viuzza di paese
unta e bisunta che porta al mare d’estate. E l’unto e
bisunto fa ricordare del male che c’è, forse ignaro
d’essere male, ma che unge e bisunge anche il bel litorale.
Quello però non lascia di principiare a portare,
anzi rovescia, un cielo di stelle come lampare nel mare
ed un mare che brilla come un cielo vicino…

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente).

http://gpcentofanti.altervista.org/piccolo-magnificat-un-canto-di-tanti-canti/


Commento vangelo 27 aprile 2020

Gv 6, 22-29

Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

La folla percepisce che Gesù non è passato all’altra riva in modo naturale. Percepisce sempre più in lui un mistero, il miracolo dei pani e dei pesci, per esempio, era avvenuto da pochissimo. Continua a chiamarlo Rabbì eppure… Gesù incoraggia quella gente a porre attenzione ai segni, ad andare oltre il solo cercare benefici materiali. È ben di più del solo cibo materiale il dono per loro. Una vita piena di ogni bene. Ecco la chiamata, quando viene, da accogliere con gioia. Ma non di tratta come essi pensano di dover fare qualcosa con le proprie forze per ottenere qualche altra cosa in cambio. Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Questa è l’opera di Dio (prima e ben più che degli uomini), che crediate in colui che egli ha mandato. Accogliere, quando ci viene elargito, il dono della fede, lasciarci portare da Dio. Non moralistiche opere da energumeno ma la grazia delicata che ci conduce gradualmente, serenamente, verso una vita piena spirituale e umana. È Dio che opera. Lo Spirito ci orienta a puntare tutto su di Lui, non su noi stessi.

Maria sembra ci dica di tornare al cuore nella luce serena

Sempre la sera quando scende la tua pace domando che sia del mondo che non spera. Potenti affannati a dominare gente che cerca solo una vita più serena. Oh Signore, tu sai perché permetti queste cose, questi dolori, queste ferite astruse. Quando le cose semplici e buone? Quando la fede coltivata a scuola, pure lo scambio col pensare altro? Lasciateci campare, siamo stanchi. Viene la sera, ogni voce si fa eco distesa, si quieta il campo di girasoli, il faggio riposa. Fuma il comignolo del casolare nella tenue rossastra luce diffusa. E l’allodola dal nido ai margini del bosco canta che questa vostra vita non è vera.

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente).

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Commento vangelo 26 aprile 2020, 3 Domenica di Pasqua, anno A

Lc 24, 13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Gesù si fa vicino a due discepoli in fuga, ossia anche sulla via oscura, non li ritiene indegni della sua purezza. Forse sono stolti e tardi di cuore non per scelta consapevole. Ma Gesù è loro vicino comunque, se loro lo accolgono. Come mai vediamo tutti questi passaggi per rivelarsi? Il cuore ha bisogno di aprirsi gradualmente, si tratta di accogliere una vita nello Spirito, che tocca il più profondo dell’esistenza, non di vedere una cosa che poi non cambierebbe nulla di concreto. Gesù ricorda loro il seme vivo e operante della Parola come letta dai profeti e non da maestri da tavolino. Poi resta solo su loro richiesta perché l’ospitalità sia libera e profondamente voluta. Ed è allora che Cristo si può manifestare spezzando il pane e offrendolo a loro. Solo dopo aver mangiato il pane si aprono i loro occhi più chiaramente. E anche qui vediamo che nei vangeli è l’eucaristia ad aprirci alla vita. Un aiuto per la fragile umanità e non un premio per i perfetti. Sono domande legittimamente poste nella Chiesa di oggi. Dopo ciò i discepoli partono senza indugio e fanno ritorno a Gerusalemme dagli altri fratelli. È tornata la fiducia, è tornato il coraggio.

Maranà tha

Quale gioco di luci e riflessi,
che prospettiva agli sguardi?
Il limpido lago specchia di te
solo l’ombra, come lasciando
discreto il segno del vegliare
che vivi, nascosto, d’amore.
E’ questa cerulea parvenza
che volge in alto il mio viso
dal bastimento che attende
e anche lì, sul monte, ti vedo
oscura pieve nel sole ardente.

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente).

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Commento vangelo 25 aprile 2020

San Marco, Evangelista

Mc 16, 15-20

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Gesù chiama a sé, personalmente e comunitariamente e gradualmente anche invia. In qualche modo, certo, l’invio è contemporaneo alla chiamata e cresce col venire sempre più innestati nella vita cristiana. Vi sono poi i mandati specifici che sempre passano dalla Chiesa. Non si fa il prete, il catechista, il padre spirituale, la comunità di ascolto della Parola e via dicendo senza l’autorizzazione dei responsabili ecclesiali. E ciò appunto perché non si tratta di un annuncio terreno ma della presenza e dell’opera di Cristo stesso. È nello Spirito, nella fede, che Gesù può operare pienamente continuando a manifestare i suoi segni, anche attraverso i suoi inviati: la progressiva liberazione dagli inganni del male; una nuova comprensione, comunicazione, con Dio, con sé stessi, con gli altri; il tendenziale non venire sopraffatti, influenzati, da certi veleni; il potere di guarire, di ridare vita piena e ogni bene. Una Parola che si compie.

Cieli e terre

Forse un giorno mi chiederai
che stelle son queste,
se quelle che imparasti da me.
Tornano le feluche, portate
dal cielo che si oscura.
Tu risalivi la corrente di Antibes,
a sud dell’Oceano,
e ti chiedevi se un vento marino
ti prese o non t’ingannò
lo stanco gorgogliare delle acque.

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente):

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Commento 24 aprile 2020

Gv 6, 1-15

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Talora viene da Cristo la consapevolezza di essere nel bisogno e in un bisogno senza risposte terrenamente possibili. Noi e magari tanti altri insieme a noi. Sembra solo una crisi ma è una grazia che muove a cercare risposte. Come mai in questa ricerca Andrea menziona i cinque pani e i due pesci che un ragazzo aveva con sé? Possiamo per esempio ricordare l’esperienza della samaritana e di tutto il suo villaggio. Una storia avviata da un sorso d’acqua non negato a Gesù da parte della donna. Può essere un dono riconoscere il bisogno terrenamente impossibile da realizzare e può essere un dono riconoscere che proprio quello, magari per certi versi poco, che ho è un seme di ogni bene di Dio per me e per gli altri. E dono può essere la fiducia che quel giovane sia disposto a condividere il suo con gli altri. Ancora, dono è fare memoria, trarre frutto dalle grazie passate, come l’aver conosciuto la storia della donna di Samaria. I discepoli poi compiono un coraggioso atto di fede perché mettere a tavola, far sedere, tanta gente potrebbe irritare qualcuno non poco se poi vi è la beffa di non mangiare. E anche la gente, sedendosi, apre il cuore nella fede. Anzi il brano dice che il cibo fu distribuito a quelli che erano seduti. Forse se qualche scettico è rimasto in piedi quell’abbondanza avrà permesso ai commensali di dare del loro. La moltiplicazione ci stimola ad apprezzare con fede quello che abbiamo perché quello e non altro è il bene di Dio, quello che si moltiplica per noi e per gli altri. Quello che ci aiuta a camminare verso una pienezza di vita spirituale e umana. Anche per questo Gesù prima di distribuire i pani e i pesci rende grazie. Un segno che fa comprendere che ogni bene viene dall’eucaristia. Ci si può forse su questa scia porre qualche domanda sui pesci. Come oggi ordinariamente ci si comunica solo con il pane per tanti motivi pratici allo stesso modo la materia (pane e vino) dell’eucaristia può venire cambiata per adeguati motivi? Rifletto qui che forse tra i popoli che si sono dimostrati numericamente meno inclini ad accogliere la fede cristiana vi sono quelli che hanno come alimento base il riso. Sarebbe interessante esaminare la possibile influenza di aspetti come questo nella diffusione delle varie religioni. I beni di Dio poi non vanno gettati al vento. Questo è un altro insegnamento di Gesù in questo episodio. I “dodici” canestri stanno ad indicare tra l’altro che ogni bene è pronto a partire da quella mensa per tutta la Chiesa. E anche i canestri ci parlano di una sequela di Gesù che allarga i cuori alla fiducia che in Lui troveremo, nello Spirito, risposte concrete ad ogni nostro bisogno spirituale e umano.

Nella luce e nel vento

Inesorabile materia, stante eppur leggera,
anche dentro un grande problema…
io conosco, io sento, anche in te
il soffio del vento. Solo ti svela
sempre più, tutta intera,
la luce del cuore, di cielo e di carne,
oltre ogni schema computazionale.
Pane e vino il segreto e riso e pianto
il canto e la casa il firmamento…

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente):

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Commento vangelo 23 aprile 2020

Mt 13, 54-58

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

La vicinanza, la condivisione della vita, quando non vi è la fede o la si rifiuta possono orientare a non cercare di intuire il mistero dell’uomo e tanto più di Gesù. Si riduce tutto all’esteriorità della umana condizione di fragilità. Si valuta secondo i propri fasulli schemi come quello della classe sociale. Si sente il fastidio e l’invidia per una famiglia che insieme a Gesù sembra emergere rispetto alle altre, anche nella fitta rete dei vari rapporti come quello delle parenti di Gesù magari mogli di qualcuno. Ci si infastisce per una sapienza che non viene dalle competenze codificate e dagli apparati che le sostengono. Ecco la marea degli interessi terreni, delle ferite, dei timori, degli schemi, senza qualcuno che accolga la grazia può travolgere un intero territorio. Poco importa a quel punto rinunciare all’aiuto di Dio, persino ai miracoli.

Redenzione

Poveri sterpi, brulle colline,
cemento, cemento
ed io che ti vedo,
ed io che ti sento.

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente):

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Commento vangelo 22 aprile 2020

Gv 3, 16-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Nel vangelo di oggi prosegue il racconto incentrato su Nicodemo. Lo Spirito soffia dove vuole e ne senti la voce ma non sai di dove viene e dove va. Dunque viene a liberare da tutto ciò che è fasullo, ciò che ti lega falsamente. È libertà a pieni polmoni. Lo Spirito di Cristo è in mezzo a noi, nella Chiesa ma ci porta tutti, anche la Chiesa, sempre oltre (certo sviluppando la rivelazione virtualmente piena nei riferimenti essenziali donataci da Gesù). Dunque non sta necessariamente negli apparati. Non bisogna lasciarsi ingannare dalle generalizzazioni tipo i preti sono questo e sono quello… Cerco in Dio i riferimenti che Lui invia proprio a me nella Chiesa. Dunque cerco tra le guide mandate dalla Chiesa quella che il Signore ha scelto per me e, certo in un cammino serio per motivi ponderati, sono libero di cambiarla. Rinascere da acqua e da Spirito significa lasciarsi morire in Cristo per la grazia del battesimo all’uomo vecchio per risorgere in Lui. E poi sviluppare questo nella mia vocazione personalissima nella grazia della cresima. Quello che è nato dalla carne è carne, quello che è nato dallo Spirito è Spirito. Gradualmente liberati da ferite, paure, ripiegamenti, strutturazioni mentali respirate nella società in cui viviamo. Portati per la strada che Dio ci indica giorno per giorno. Ma il battesimo e la cresima non sono una iniziazione filosofica o una pozione magica. Sono l’amore di Gesù senza condizioni, fino a dare la vita per noi. Solo questo amore meraviglioso può venire con delicatezza ad aprirmi il cuore e a fargli respirare libertà, vita, a pieni polmoni. Solo questo amore che comprende, perdona e dona tendenzialmente gioia, pace fino ad una felicità infinita.

Maranà tha

Quale gioco di luci e riflessi,
che prospettiva agli sguardi?
Il limpido lago specchia di te
solo l’ombra, come lasciando
discreto il segno del vegliare
che vivi, nascosto, d’amore.
E’ questa cerulea parvenza
che volge in alto il mio viso
dal bastimento che attende
e anche lì, sul monte, ti vedo
oscura pieve nel sole ardente.

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente):

http://gpcentofanti.altervista.org/piccolo-magnificat-un-canto-di-tanti-canti/

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