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Sono io che ti parlo (Gv 4, 26)

Mese: Febbraio 2020 Page 1 of 3

Commento vangelo 2 marzo 2020

Mt 25, 31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Dio ama tutti e non punisce. Il paradiso non è solo un posto dove stare ma una vita piena d’amore, felicissima, nella quale si viene portati. Così il purgatorio non è un essere rimandati a settembre, uno scappellotto che Dio ci deve pur dare per soddisfare la giustizia. Queste visuali nascondono l’idea che anche se è tanto bello farsi gli affari propri bisogna sacrificarsi per essere giusti. Dio non dice, come talora si finisce invece per intendere, ad Adamo ed Eva di non mangiare dei frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male altrimenti li sopprimerà. Spiega loro che moriranno. Nell’umanità, nello stesso corpo, di Adamo ed Eva entra una corruzione (che forse si trasmette nella generazione) quando decidono di discernere con criteri propri invece che fidandosi di Dio. Il purgatorio è la delicatezza con la quale Dio apre gradualmente il cuore in parte chiuso. La parola greca krino significa giudizio nel senso di discernimento. In cielo dunque vedremo, discerneremo, le nostre chiusure, i nostri ripiegamenti, consapevoli e volontari nella luce dell’amore misericordioso, meraviglioso, di Dio. E sentiremo dispiacere per il male commesso, per le sofferenze causate, ma anche ci consolerà lo sperimentare che Dio volge tutto, anche il peccato, in bene per chi si rimette a Lui. Vedremo anche che tanti nostri sbagli non erano consapevoli perché, pur se sapevamo che certe cose non si devono fare, non avevamo la grazia per comprendere che ci toglievano vita. Il vero peccato è una follia. Anche se ugualmente può esistere: il diavolo lo dimostra. È bello vedere in questo brano che l’amore di cui parla Gesù è attento a tutta la specifica persona, ai suoi specifici bisogni. Non dice ho avuto sete e mi avete dato da mangiare, come talvolta un amore ancora preso più da se stesso che dal fratello può fare. Attenzione al vero cammino del fratello, non a quello che a me gratifica lui faccia. Le persone talora nelle parrocchie possono trovare più indottrinamento che questo amore di cuore, questa attenzione, questa comprensione, della loro umanità, del loro graduale cammino, dei loro bisogni. L’amore vero scioglie i nodi. Giudizio, schemi, ripiegamenti, in parte possono risultare limiti umani e Dio va oltre le nostre debolezze ma preghiamo affinché Dio ci possa portare nel suo amore, nel suo amare. L’inferno dunque è un no definitivo persino alla misericordia di Dio che ci propone di entrare in cielo in quell’amore che sulla terra possiamo aver rifiutato. Dio ci lascia vivere mille esperienze di come ci roviniamo la vita su quella strada, ferite, ansie, solitudini, malesseri, difficoltà, d’ogni tipo. La nostra fragile umanità è una via di salvezza. Il demonio ha scelto in un istante la sua eternità. Noi possiamo chiudere il cuore mille volte ma senza ancora farlo del tutto. Possiamo anche sbagliare senza nemmeno esserne così profondamente consapevoli. Alla fine della vita terrena, dopo tutte le esperienze necessarie, la scelta almeno pro o contro la misericordia divina sarà consapevole e definitiva e non la metteremo più in discussione in eterno. Il vangelo dunque va letto per intero. Il brano odierno e la parabola del figliol prodigo ci parlano dello stesso Amore.

Commento vangelo 29 febbraio 2020

Lc 5, 27-32

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Gesù vide il pubblicano Levi (= l’apostolo Matteo) nel profondo del cuore, al di là della sua condizione di rinnegato, traditore e oppressore del suo popolo. Nel testo originale infatti quella chiamata può suonare come un continua a seguirmi. Forse Matteo restava inchiodato a quel banco delle imposte a causa della terribile etichetta con la quale veniva riconosciuto. Forse avrebbe voluto cercare il Messia, il vero liberatore, ma non se ne sentiva degno. Ma l’amore di Gesù spiazza, sorprende. Guarda lontano ma anche non si lascia ingabbiare da false prudenze, da false onorabilità. Il doppiopetto di certi potenti. La chiamata sacerdotale di Matteo si manifesta subito in quel banchetto di rinascita per tanti marpioni della peggior risma. Chissà quante magagne tra loro, quanta competizione. Se si fosse convertito un bravo padre di famiglia avrebbe portato tanti frutti ma forse difficilmente quello di sconvolgere il cuore di tanti faccendieri. Gesù non si vergogna di chiamare Matteo e lui non si preoccupa di rifarsi un’identità, di mostrare al mondo che ha cambiato vita. Sembra legarsi ancora di più a quei malfamati. Una luce profonda, libera, calda, gli ha sciolto il cuore e ora è tutto affidato al suo Dio.

Commento vangelo domenica 1 marzo (1 Quaresima, anno A)

Mt 4, 1-11

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Ricevuto il battesimo Gesù non prende subito a comunicare agli altri il dono ricevuto. Sente il bisogno di farlo proprio nell’intimità del rapporto col Padre. Vicino a lui solo. E desidera aprire tutta la sua umanità a questo amore anche con un periodo di digiuno. Mai però Gesu fa scelte meccaniche. In altri momenti aprire il cuore al Padre potrà significare stare a pranzo con le persone. Gesù percorre lo stesso cammino che anche noi abbiamo bisogno di vivere. Riceve i sacramenti, lotta contro le tentazioni, i dubbi della fede. Nel momento della debolezza si possono sperimentare varie prove. Anche lui è maturato nella fede di essere il Figlio di Dio. Non ha ceduto al desiderio di piegare la volontà del Padre al proprio piacimento. La Parola è la grazia che lo illumina e lo sostiene. Cristo cresce nella fiducia che solo i beni che vengono da Dio danno vita. I maestri spirituali parlano per esempio di via purificativa. Un mettere i beni materiali al loro giusto posto nel proprio cuore. Qui osservo che preferisco il racconto parallelo di Luca il quale come seconda fondamentale tappa pone quella che invece Matteo considera come ultima. Si tratta di quella che alcuni chiamano via illuminativa: il graduale affidare anche l’affettivita’ al volere del Signore. Non dominare sugli altri ma amarli in Dio. La via unitiva mi pare si possa riconoscere nella terza tentazione in Luca, la seconda in Matteo. Il lasciar convertire sempre più il proprio ego alla luce del Padre. Non è questa la cosa più difficile? Sono percorsi per i quali solo la grazia ci può condurre. Ma vi è un’ulteriore tappa che può essere solo un dono di Dio: l’unione sponsale, nella quale in qualche modo Dio si umisce alla persona riempiendo anche quelle zone della sua umanità che di per sé potrebbero esserlo solo da un amore carnale. Quale felicità eterna e senza limiti Dio ci vuole donare e da quali sofferenze e vuoti eterni ci vuole proteggere per permettere talora tanto dolore? Un giorno con le lacrime agli occhi Lo ringrazieremo di ogni cosa che ha permesso avvenisse nella nostra vita per portarci a tanta inimmaginabile pienezza. Ed è un cammino senza fine, che diventa di piena felicità in piena felicità. Cosa che può avvenire dunque solo allargandoci il cuore. Dunque per quanta felicità totale una persona potrà giungere a sperimentare farà semprr bene a credere che si tratta di un nulla in confronto di quella che deve ancora venire. Non circoscrivere mai la potenza di Dio. San Francisco non era strafelice? Eppure sperimentò poi il dono delle stimmate. Un nuovo filone di grazia straordinaria. Le sorprese con Dio non finiscono mai. Anche se la maggior parte delle volte sono invisibili all’esterno. Luca aggiunge un particolare. Nell’ultima tentazione il diavolo cerca di confondere Gesù proprio sulla Parola, che era il suo riferimento. Allora Gesù allo “Sta scritto” del demonio risponde “è stato anche detto”. La Parola va letta, diremmo oggi, nella Chiesa, non impossessandosene da soli. Ancora, nel suo racconto delle tentazioni Marco narra che Gesù stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Nello Spirito di Cristo, Dio e uomo, si ricostituisce gradualmente l’armonia tra il cielo e la terra, tra lo spirito e il corpo… È una nuova creazione in Lui.

Commento vangelo 28 febbraio 2020

Mt 9, 14-15

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Nella pericope (= brano) immediatamente precedente Gesù aveva suscitato la critica dei farisei per il pranzo suo e dei discepoli con i pubblicani e i peccatori. Gesù risponde che Lui non è venuto a chiamare i giusti ma i peccatori. Allora i discepoli dell’ascetico Giovanni, quelli che non avevano ancora accolto l’indicazione del loro maestro sull’agnello di Dio, mostrano alcuni motivi delle perplessità che li trattengono dal passare alla sequela di Gesù. Osservano infatti che anche i seguaci di Gesù, non solo Lui, fanno non di rado pranzi con la gente. L’ascesi volontaristica, senza la grazia, isola le persone anche quando stanno insieme. Invece Gesù cresce, vive, ama, non da solo ma con i discepoli, in mezzo agli altri. Una famiglia. Il digiuno più profondo che i discepoli di Giovanni dunque vivono non è quello materiale ma il non vedere lo sposo, questa bella famiglia. Il non vedere una vita nella quale ogni cosa, anche il digiuno, trova il suo senso divino e umano, quello dell’amore. E l’amore festeggia quando lo sposo è presente. Digiuna quando attende la sua venuta, il suo risalire dagli abissi della morte. Va poi osservato che il cammino dell’umanità si sviluppa anche attraverso la diversità dei doni, delle strade personali. «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17, 21). Talora non si tratta di divergenze ma di linguaggi diversi che dicono cose complementari o addirittura le stesse cose. L’ascolto comunitario della Parola è una grazia, una scuola, di comunicazione. Ma in ogni caso il vangelo ci insegna a vedere le differenze, intanto quelle non dovute a chiusura di cuore, come ricchezza. Questa spesso è la vera comunione mentre l’uniformismo è tipico delle dittature. L’uniformismo implica spesso la mancata sincerità ed è sempre teleguidato dal sistema, dal più forte. Mi pare importante vedere le differenze come possibile più viva ricerca, più viva comunione, non sempre come soltanto conflitto. Papa Francesco afferma che la vera comunione è come un poliedro, ricco di diverse facce e non come una sfera tutta liscia, para para.

Commento vangelo 27 febbraio 2020

Lc 9, 22-25

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».

Gesù non ci prende in giro. Ha sempre collegato la rivelazione della sua divinità al mistero della Pasqua. Un venire portati per grazia al cuore del mistero della vita, lì dove non si può rimanere, nel più profondo, veramente delusi. Ma nei secoli tale percorso può talora essere stato presentato come una morale obbligatoria, da vivere con le proprie forze. Su questa scia si è trattato di staccarsi dalle cose per avvicinarsi a Dio. Ma il cammino che Cristo propone è proprio l’opposto. La grazia ci attira a Lui e in Lui verso i fratelli. Siamo condotti verso la vita autentica, la fede, l’amore e dunque viviamo un sempre rinnovato rapporto con ogni cosa. Preghiera, elemosina, digiuno, non sono cose da fare, staccate tra loro. L’amore di Dio (preghiera) che si fa spazio (digiuno) dentro me mi apre il cuore all’amore dei fratelli, specie i più sofferenti (elemosina). Scopriamo che i nostri stessi sensi possono venire affascinati da realtà profonde. I gusti stessi cambiano, maturano, godiamo di tante cose in modo nuovo, più intenso, più equilibrato. Vediamo che anche certi lati del nostro carattere non sono né buoni, né cattivi ma diventano ricchezze se vissuti nello Spirito. La flemma può svilupparsi in adeguata riflessività senza restare inazione, l’impulsività in ponderata generosità… Impariamo gradualmente a non valutare le situazioni in base alla nostra emotività ma cercando la volontà di Dio. Non principalmente “come sono stato bene” ma “è qui che Dio mi voleva?”. Ecco per esempio cosa vuol dire, nel capitolo secondo di Luca, che il vecchio Simeone si recò al Tempio mosso dallo Spirito. Magari in piazza predicava il famoso predicatore Tal dei Tali ma il nostro aveva l’appuntamento comunitario. Chiuse gli occhi e credette che avrebbe ricevuto più grandi grazie dove Dio lo chiamava che cercandosi invece di testa propria incontri anche spirituali che potevano apparire tanto interessanti. Passava dal fare alla fede.

Commento vangelo 26 febbraio 2020

Mercoledì delle Ceneri

Mt 6, 1-6. 16-18

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

In questo tempo di grazia ci aiutino Maria e Cristo in tutte le nostre necessità, prove, speranze…

È lo Spirito che dà vita, la carne (da sola Nd R) non giova a nulla, afferma Gesù nel capitolo 6 di Giovanni. Il dono della fede ci apre gradualmente all’intuizione della potenza vitale dello Spirito, che va ben oltre la nostra esperienza, le nostre logiche. Anche la fantasia ci può aiutare in ciò: immaginati umanamente felice al massimo, con la ragazza dei tuoi sogni che ti adora, con il lavoro che più desideri, la salute, gli amici, la famiglia, il bel tempo, i tuoi svaghi preferiti… La felicità verso la quale Dio ti sta conducendo è mille e mille volte più grande. È vero, è un cammino graduale ma ogni minimo passo in avanti è un miglioramento in tale direzione. Uno stare, nel profondo, anche solo un pochino meglio ma pure un aprirsi alla nuova venuta della grazia. Le gratificazioni soltanto esterne sono un inganno, non portano nulla di sostanziale, anzi svuotano, si sbriciolano. Invece camminando nella luce che Dio gradualmente ci infonde Gli rendiamo più facile donarci ogni bene a misura per noi. La quaresima non è un tempo di cupezze ma un momento di grazia particolare per aprirci ai regali di Dio, alla Pasqua. Non per nulla nel testo originale Gesù non dice di pregare nella propria stanza ma nella propria dispensa. Dunque non azioni da energumeno, ascesi fredde, senza senso. Ma in un cammino sereno, a misura del graduale aprire il cuore che Dio ci concede, lasciarci portare anche in piccoli ma per la grazia che riceviamo potentissimi momenti con Lui, e così in Lui in anche piccoli ma potentissimi digiuni da noi stessi per donarci ai fratelli. Non è un’altra cosa un albero concimato, innaffiato, potato, curato dalle intemperie? Lasciamo che Dio faccia gradualmente fiorire la nostra vita. La gioia, la pace, il benessere, i buoni rapporti, non sono “cose” che Dio ci può mettere in mano. Senza la vita dentro, nel segreto del cuore, tutto si perde nella vacuità esteriore. Nella grazia tante difficoltà si evitano, altre si risolvono, altre si vivono comunque in un altro modo. Nella grazia strade nuove si aprono. Chiediamo dunque anche la fiducia, la pazienza, nel lasciare che il Padre compia in noi e negli altri la sua opera. Ci doni passo dopo passo la ricompensa vera, che Lui conosce molto meglio di noi. Per questo abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti, che prima di noi abbia sperimentato il venire preso per mano da Dio e condotto gradualmente, pur tra alti e bassi, verso la vita. Gesù usa frasi poetiche, come poesia è lo sciogliersi del cuore al vento dello Spirito: quando il ramo del fico si fa tenero e spuntano le foglie voi sapete che l’estate è vicina (Mt 24, 32). Ecco la grazia della Quaresima.

Commento vangelo 25 febbraio 2020

Mc 9, 30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Nel brano immediatamente precedente, che abbiamo letto ieri, Gesù risponde alla domanda dei discepoli sul perché non siano riusciti a scacciare un demonio. Solo la preghiera, il riportare ogni cosa a Lui, in Lui, è la via. E Lui dà la vita, è il suo amore senza condizioni né limiti la chiave di ogni cosa. Ma i discepoli temono questi discorsi, sono invece presi dal divenire più abili, tramite la preghiera, nell’acquisire potere sui demoni. Giunti in casa, nella familiarità di un dialogo più raccolto, più intimo, Gesù domanda loro di cosa stessero discutendo lungo la strada. Il termine discutere indica una conversazione molto accesa. Ma in quel “lungo la strada” è il seme della risposta di Cristo alla questione su chi fosse il più grande tra loro. La sua sequela non comporta un divenire in vario modo energumeni, ma proprio il lasciar fare a Gesù. Dunque sorprendentemente non è più grande nemmeno chi si lascia portare e si affida di più a Gesù. Le classifiche, i paragoni, sono inganni. Ognuno è un dono per gli altri, è Gesù che opera in tutti e attraverso tutti. Non ci affanniamo, non ci complichiamo da soli la vita, liberiamoci delle buone strade programmate in tutto da noi stessi. Lasciamo fare a Lui. Cerchiamo di vivere con semplicità e buonsenso nella luce che gradualmente ci infonde. Un cammino sereno, agile, senza modelli prefabbricati: sarà Lui a crescere in noi, negli altri, anche attraverso l’aiuto di ogni persona.

Commento vangelo 24 febbraio 2020

Mc 9, 14-29

In quel tempo, [Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, scesero dal monte] e arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro.
E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono.
Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!».
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando, e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi.
Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

Questo episodio dello spirito muto e sordo viene non a caso dopo il brano sulla Trasfigurazione. Gesù si rivela Dio e uomo, il riferimento di ogni integrale pienezza di vita ma le guide, i pastori, ai quali è rivolto in particolare questo brano, possono impossessarsi di quello che di questo dono hanno già ricevuto e gestirlo in proprio. Un sentirsi protagonista facendo cose invece di lasciarsi condurre sempre più nella vita da Cristo. Egli stesso domanda fino a quando sarà con loro, dovrà portarli su. Questa esclamazione in un Dio così amorevole e paziente vuole seminare la grazia di percepire e gradualmente superare la pervicacia con la quale anche un educatore rischia di legarsi al proprio pensare, al proprio agire, a quello di certi gruppi, invece che sempre più, sempre nuovamente, tornare insieme a ciascuno al Cristo dei vangeli, per ricevere il suo Spirito, per imparare più approfonditamente come Lui ha creduto, amato. In ogni cosa invece di teologizzare tra loro alcuni formatori potrebbero aiutarsi a meditare come ha agito Gesù a un certo specifico proposito. Ci si può fermare a sant’Agostino, a san Tommaso, a parteggiare per l’uno o per l’altro, invece di cercare di imparare da ciascuno e di ricevere pure dalle differenze stimolo per cercare sempre più Gesù, anche quello dei vangeli, come riferimento divino e, negli aspetti fondamentali, umano. Ogni tempo di rinascita nella Chiesa è un riandare a questa sorgente. Ed è l’appuntamento di Gesù stesso risorto: i discepoli lo vedranno in Galilea ossia ripercorrendo all’infinito, fin dagli esordi, il percorso fatto con Lui durante il suo ministero pubblico. Nelle parrocchie talora si fanno catechesi, preghiere, tutte cose buone ma si può porre poca attenzione a riprendere il centro della pastorale di Gesù: dialogare con i suoi discepoli, con i fedeli, sulle Parole-fatti annunciati, vissuti. La meditazione dialogata sulla Parola e sul vangelo in particolare può latitare. Le guide insomma possono venire trovate distratte verso di esso, non affrontandolo con tutti i criteri dell’ascolto. Una conseguenza anche di ciò può risultare la banalizzazione delle domande, delle perplessità, delle esperienze, dei fedeli che invece si rivelano in un modo o nell’altro preziose provocazioni a nuove letture della Parola. Il “saperla già” dei pastori invece ostacola il dialogo e questo può risultare un motivo per il quale talora i pastori stessi, le guide, preferiscono affidarsi esclusivamente o quasi al proprio monologo. Con gli schemi non si può tanto serenamente gestire un dialogo comunitario sulle Scritture. E così si scopre la fonte di ogni dialogo. Dunque Gesù chiede di portare da Lui quel giovane, domanda con attenzione per imparare la sua storia, non dà nulla per scontato. È la preghiera, il dialogo con Cristo, che può sciogliere le nostre sordità se non svuotiamo la preghiera stessa ma la mettiamo continuamente in relazione col nostro bisogno di crescere nella sequela, di aprire il cuore in modo nuovo. Le tanto temute distrazioni, che possono portare a ripetere nevroticamente una Ave Maria per dirla bene, possono esse stesse aiutarci invece ad andare all’essenza della preghiera: non formalismi ma un sincero accogliere Dio che ci cambia la vita tutta, le intenzioni, la mentalità, la psicologia… L’ascolto comunitario, dialogato, del vangelo è fonte della preghiera, è liturgia, anche se semplice e familiare, è preghiera. La Parola è grazia che ci fa maturare, e ognuno è un piccolo grande dono della Parola, anche con i suoi limiti. Il vangelo è più vivo e bello come Parola, come vita, vissuta da Gesù con i suoi discepoli, in mezzo alla gente, di quanto lo sarebbe stato un solo discorrere di Gesù. Possiamo intuire un motivo per il quale Gesù non ha lasciato testi scritti direttamente da Lui: la Parola non è mai astratta teoria è amore dal vivo, nelle situazioni specifiche. Dunque il vangelo è un seme che va tradotto da persone concrete, tra persone concrete, nelle situazioni concrete.

http://gpcentofanti.altervista.org/frutti-ricerca-del-discernimento/

Commento vangelo 22 febbraio 2020

Cattedra di San Pietro, apostolo

Mt 16, 13-19

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Tutti vivono nello Spirito e un ateo senza saperlo esplicitamente può aver ricevuto e accolto luci su Cristo ed in lui anche sull’uomo, sul mondo, che magari nella Chiesa non sono state donate ancora a nessuno. Credere in Gesù è una grazia che Dio nella sua sapienza offre a chi Egli vuole. La fede è il sì che si sente nella propria coscienza alla domanda se si crede in Dio. Non dipende da un ragionamento, anche se in tale cammino discerniamo, riflettiamo, tendenzialmente sempre meglio. Non dipende da un’emozione, anche se in tanti momenti si può avvertire anche sensibilmente gioia, pace, consolazione… Dunque, una volta elargita, anche nel dubbio, nell’aridità, nella prova, se ci fermiamo ad ascoltare il nostro cuore al di là di ogni confusione e stato emotivo potremo percepire l’assenso alla fede. Solo la presenza di Cristo nella Chiesa poi può compiere il miracolo di tenere fermi tutti i cattolici della storia nelle stesse verità fondamentali. Anche il miracolo di svilupparle, approfondirle, senza discostarsi da esse e liberando invece da recezioni limitate o errate. Talora si può pensare che anche altre religioni si sono conservate nei secoli. Ma quando si cercano riferimenti univoci si rileva che le altre religioni sono aree di pensiero dove non esistono punti eterni di concordanza. Il legare e lo sciogliere, poi, vanno ben interpretati. Nei casi singoli possono essere purtroppo avvenuti errori ai quali certo Dio non si ferma. Se una persona ingiustamente non riceve l’assoluzione non è che Dio non la perdona. Anche se almeno in un cammino ella farà bene a cercare con serenità tale grazia del sacramento. L’argomento mi pare vada in profondità legato prima di tutto al potere concesso a Pietro di confermare i fratelli nella fede. Per esempio qui si può trovare un riferimento evangelico al dogma dell’infallibilita’ papale.

Commento vangelo domenica 23 febbraio 2020 (VII Tempo Ordinario, anno A)

Mt 5, 38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Scherzando dicevo ad un bravo sacerdote che era prefetto, possiamo definirlo coordinatore degli incontri dei sacerdoti di un gruppo di parrocchie circonvicine: “Siate prefetti com’è prefetto il Padre vostro”. Ecco, Gesù non ci rinchiude in un del resto impossibile perfezionismo ma ci apre al lasciar portare a termine l’opera di Dio in noi: perficio in latino, nel greco del testo τελειόω. “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12). Portare a termine, andare al fondo: Cristo parla un linguaggio spirituale. Non si tratta di chiedere per favore a chi ci ha assestato un ceffone di replicare sull’altra guancia. È che in un cammino nella grazia, scoprendoci compresi, perdonati incondizionatamente, possiamo venire condotti in tale amore verso gli altri. In questo Spirito possiamo discernere sempre più maturamente come comportarci di fronte alle eventuali prepotenze o davanti ai bisogni altrui. Si può temere di passare per ingenui sopportando le angarie altrui. Ma senza riferimenti interiori si può finire così in reazioni che abboccano a certe provocazioni e ci rivelano in realtà fragili, insicuri. L’amore ci mette sulla via di una fondamentale tranquillità: impariamo sempre più quando lasciar correre, quando dire una parola ferma. Solo l’amore per il fratello ci pone sulla strada di questo sempre più sereno equilibrio. Appunto siamo figli di Dio.

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